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    January 30

    La mia Previsione

    Faccio le mie previsioni... e le scrivo quì...
     
    ... il Berlusca e amici in poche ore cambiano idea... e si uniscono "responsabilmente" al governo temporaneo per la riforma elettorale... poi fanno ostruzionismo buttando merda e calunnie su tutto gli altri partiti... iniziando così la loro campagna elettorale...
     
    ... gli Italiani, poveri cretini, quando ci sarà da votare avranno dimenticato tutto ed eleggeranno uno stabile, nuovo, fresco (ed ennesimo) governo Berlusconi. Gli italiani se lo meritano... non leggono i giornali (quelli internazionali neh... che non hanno da difendere nessuno) e non sanno cosa dice la comunità europea sul governo Prodi... etc... etc... gli Italiani non si rendono conto di quanto è scandaloso essere assolti perchè si è cambiata la legge a proprio favore, preferiscono dire "Prodi mortadellone" e via... guardare la partita e Striscia la Notizia. Gli Italiani non sanno distinguere Tremonti da Padoa Schioppa... come non sapevano distinguere i piduisti dai fondatori nel calderone della prima repubblica... gli Italiani porteranno l'Italia nel peggior baratro mai conosciuto dopo Mussolini... e forse (ma dico forse) poi si sveglieranno...
    January 21

    Mattina anomala

    Non capita certo di rado che, svegliandosi la mattina, uno si senta strano… no, no di certo. Per esempio, capita che a volte le persone si sveglino con l’impressione che le gambe siano come immobilizzate, oppure con la netta sensazione di essere nella stanza sbagliata, nella camera di qualcun altro, e questo indipendentemente dalle scorribande sessuali ed alcoliche della notte prima.

                    Cosa mi sia accaduto una settimana fa però ha dello sconvolgente. Diciamo che al risveglio non ho notato nulla di strano. Ho fatto tutti i miei bisogni fisiologici prima della colazione, abbondante ma a base di tè, e poi sono uscito di casa, come sempre in ritardo e mi sono mosso verso l’auto. La mattina ha un sapore tutto particolare, ed ognuno ha il suo modo di descriverlo… a me, ad esempio, appare insipida, a volte, la mattina, a volte salata, come quando l’auto non è dove l’avevi lasciata, oppure aspra, quando l’ultima persona che vorresti incontrare è la prima a salutarti per la strada.

                    Beh, insomma, arrivo all’auto ascoltando in irreligioso silenzio tutti i rumori della strada, la gente che parla, le auto, gli insostenibili bambini frignanti aizzati da mamme ineccepibili. Salgo, metto in moto, vado. Dopo 15 minuti sono al lavoro e scendo in un desolante silenzio a base di parcheggio. Un’auto mi toglie dal fastidio di dover sentire un silenzio temporaneamente quasi casto. Già mi riavvicino alla strada e il rumore delle auto mi consola, mentre cammino in fretta al tempo delle mie scarpe. Entro in ufficio, saluto, con una sola parola, con una fatica che riconosco uguale, tutte le mattine, con il desiderio immenso di usare parole che non conosco per insultare gli astanti (a volte mi chiedo, forse anche troppo astuti nel gioco della selezione innaturale), oppure con il desiderio di dire una sola parola; che è quello che faccio. Una sola, ma mi costa pure quella. Ecco mi costa a tal modo da sentirne il peso, vocali e consonanti con il loro peso specifico: così, a naso, che dico, a tatto; diciamo… un etto per la B, quasi due chili per la U e le O; più leggere le N… ma in definitiva un peso… che tutto sommato, nel senso dell’addizione, saranno davvero una quindicina di chili.

                    Esco per il caffé, mentre gli sguardi pesanti della gente attorno non li sento poi tanto tali. Mi sento strano, c’è qualcosa che non va, o che va troppo. C’è un senso di costrizione da stipsi! non siamo così triviali, non in me, negli occhi del barista… mi guarda affranto, il povero, perché già sa che gli chiederò un caffé, che tristezza penso. Davvero da non invidiare. Pronuncio le lettere in fila: U N C A F F E’. E alla ‘F’ sento come uno stirarsi dei muscoli… parlare mi costa fatica… io! Mr. Loquace!!! Che sembra un nome di un investigatore di un romanzo inglese. Il barista, ovvio, non ha bisogno che io parli, sa bene quel che voglio… la ‘FE’ mancata (moncata, a dire il vero) non lo preoccupa certo e mi prepara questo stramaledetto caffé. Sono giusto a metà tazzina, quando entra il capo. Mi guarda con il sorriso di chi non ha scopato da tempo, un sorriso duro, in assenza di altro. Inizia a parlare, molto, a sfogare la sua insaziabile rabbia nei confronti del mondo, della natura, di una madre castrante che ancora oggi gli tiene i genitali al guinzaglio… insomma… beh… trascrivere qui a che servirebbe… sappiamo bene come sono queste cose… mi sento, come al solito, bersagliato dal sarcasmo di chi arriva puntuale al lavoro tutti i giorni perché non ha di meglio (o di peggio) da fare, sia la mattina che la notte prima.                Ovvio, si aspetta che risponda… con malincuore mi dovrò concedere, e dargli del piacere verbale, perché ormai sembra che sia pagato per questo (io, non lui!), più che per il mio lavoro. Ma qui davvero capisco cos’ha di strano questa mattina: “Mi pesa parlare, mi fa male parlare, mi costa parlare, terribilmente, mi fa male! Vi prego, mi fa male!”. Va bene, almeno pensare non mi duole così!!! Pensa cazzo, pensa, sintesi, qualcosa devi dire, concentrati, un po’ di dolore ma per una parola, una parola che lo soddisfi, che lo faccia andare via, il più presto possibile, perché possa ritornare in ufficio e ri-immergermi nel silenzio più assoluto. Su, su, ce la posso fare… con fatica immensa mi ritrovo a pronunciare addirittura due parole, nello spasmo doloroso delle mie corde vocali: “V-af-f-an-cu-lo st-ro-n-z-o!”.